Immagine tempo

È sveglio da troppo tempo.

Si è alzato presto un po’ perché costretto da una indiscreta aspirapolvere un po’ perché il suo sadismo voleva che il giorno peggiore fosse più lungo degli altri.

Bruciava la gola, bruciava mentre beveva a secco. Bruciava ma non come ora.

La fitta allo stomaco lo aveva intontito nei primi minuti della mattinata. Non è mai colpa del alcool ma del essersi alzato presto. Adesso era sveglio da troppo tempo. In quella giornata erano successe troppe cose, ma nessuna importante.

In quella lunga giornata aveva fatto di tutto per non pensare a niente. Ma la notte viene sempre a chiedere il tributo.

Prima notte completamente sobrio. Lunga notte a pensare e pensare di pensare.

La notte fresca e luminosa. Rigenerante e un po’ appiccicaticcia.

La fuga della notte prima in una notte più calda era giustificata ma gli eventi che la avevano favorita no.

Troppo tempo sveglio e nemmeno un arma per difendersi.

Poco dopo essersi vestito e lavato ancora sonno e spossatezza. Il caldo si il caldo della sera prima.

Il caldo della mattina e la fitta alla pancia.

Confusione nella sua testa dopo tutto quel tempo sveglio. Giornata troppo lunga per capirci qualcosa. Giornata insignificante per capirci qualcosa.

C’è silenzio nella notte fresca sobria e lunga. C’è silenzio nella testa.

Far fare silenzio a quella maledetta ventola. Quanto calore che sputa.

Ma la notte è lunga e può darsi che tra non molto lui decida di uscire fuori a godere di un maggior fresco. Ma fa paura. La notte fa paura. Il fatto di essere sobrio fa paura. La sua barriera funziona meglio con il caldo e le frasi allusive.

Fermo immagine su di lui.

Vestito con gli stessi panni della mattina. Occhi che calano. Su quella sedia dove si siede ogni mattina per prima cosa. Batte sui tasti. Fermo immagine sulla sua testa piena di informazioni inutili che si rifiuta di esprimere, di scrivere sul computer che ha davanti.

Le sue orecchie percepiscono pochi rumori dalla finestra aperta.

Poco più in la, fra i due organi sensoriali un bel po’ di campo aperto sulle proprie intenzioni.

Immagine tempo di una persona che non vuole andare in giardino. Immagine spazio del giardino al buio che lo aspetta. Immagine temperatura del fresco del giardino e del caldo del computer che lo perseguita.

Paura, immagine sensazione. Ha paura che qualcuno abbia preso troppo alla lettera i suoi desideri inespressi, qualcuno che quei desideri può ascoltarli. Ormai è tardi per cambiare idea, li ha espressi.

Combatte ancora un po’ con la sensazione di non essere. Pensieri inutili i suoi perché infondo non esiste al di fuori della sua testa. Se è li è solo grazie ad una voce narrante che parla dalla sua testa. È l’unico a sapere di essere li. L’unico a possedere l’immagine di se stesso.

Ha sonno e si può leggerlo sul suo volto.

Giornata lunga, giornata lunga. Giornata vuota, serata pazza. Sta impazzendo. Scrive cose senza senso.

Ha dato un pugno sul computer perché ha talmente sonno da non azzeccare una lettera.

Gli brucia il piede. La gola no, un po’ più giù.

La gola bruciava ieri sera.

La testa girava. La testa brucia ora. Gli occhi bruciano per il sonno.

Le mani si gonfiano. La testa girava. La testa gira un po’ anche adesso. È vuota.

Scrive di volersi alzare ma non lo fa. Scrive di voler andare a dormire ma non lo fa. Sa che la sua testa è piena di fantasmi. Se spegne le luci gli escono dal naso.

Se spegne le luci non lo fanno dormire. E lui ha sonno. Si abbandona allo scrivere a computer cercando il momento in cui l’automatismo dello scrivere lo faccia riposare. Gli impedisca di pensare.

Scrive parole e parole. Nessun senso. Non ha alcun senso.

Immagini e immagini tempo. Fermo immagine su quella persona che vuol fermare il tempo.

Sta pensando che è il caso di smettere. La sera prima ha bevuto troppo. La sera fresca in cui scrive al computer, quella sera sobria, sarebbe stato meglio bersela. È il caso di smettere di pensare pensa.

Pensa che è ora di smettere di lasciarsi trasportare dall’alcool che non beve, quello che è già dentro la sua testa, quello che brucia.

Pensa che deve finirla con questa storia del preoccuparsi. Sta pensando che è meglio andare a dormire e lo scrive, ma non si muove.

La giornata è stata snervante. Troppi pensieri per cercare di distrarsi. Non funzionano. Ora se spenge la luce i fantasmi vorranno sentire a quali conclusioni è arrivato.

Ma non c’è un filo logico in quello che succede, in quello che fa in quello che vuole.

Non c’è un filo logico e non c’è nessuna conclusione perché è solo un’immagine tempo.

Non c’è trama, non c’è rischio di essere banali mai.

Non c’è il rischio di essere capiti. Tranquillo davanti al computer sapendo di aver detto tutto e di non aver detto niente. Di aver pensato a tutto e di non averlo fatto bene. Di aver pensato a tutto ma senza pensare veramente. L’immagine tempo è così. Non è comprensibile se non dall’attore protagonista. Dalla persona che soffre il caldo al fresco della sera. Protagonista certo del racconto di se stesso davanti al computer, ma intimorito dall’essere semplice comparsa in qualsiasi altro racconto.

Ma l’immagine tempo non è un racconto. È una immagine ferma, che cattura un attimo. In un attimo quanti pensieri si possono fare? Infiniti? Un pensiero ne racchiude un altro che è racchiuso in uno più profondo. Il nocciolo dov’è? Non c’è. Per questo l’immagine tempo è inconcludente e incomprensibile.

E il tempo? È il tempo?

C’è silenzio adesso. Il giardino lo attrae ma di più il letto.

Il fantasma è ancora nella sua testa. Non uscirà dalle dita, non uscirà che dal naso.

Ma non uscirà in giardino perché li si che sarebbe il fantasma di una gatta da pelare.

Si i rimorsi da pelare neri come i gatti neri. Scappare era l’unica soluzione ma poteva evitare di farla diventare la sola alternativa.

Scappare era stata una cosa saggia. Scappare quella mattina di corsa no. Se ne era pentito e ora pelava.

Pelava la sua fuga sobria mattutina o primopomeridiana che fosse. Andava pelata per bene prima che si mettesse a miagolare dalla prigione di cemento in cui voleva seppellire tutti i motivi che lo avevano spinto prima ad affrontare  e poi a scappare. Sono solo scuse. Aveva trovato scuse tutto il pomeriggio. Che la gatta non riveli altre cose sepolte.

La verità è che mettersi il pigiama e andare a letto e spegnere quella maledetta luce sarebbe voluto dire cercare di tornare indietro e non scappare ne ieri ne oggi. Sarebbe voluto dire rendersi conto di dover pelare veramente tanto.

L’immagine tempo brucia. La sua immagine tempo è dilatata su quel foglio che ha davanti.

Gira la testa, brucia la testa. Bruciano le mani e i piedi e i ricordi e lo stomaco bruciava la sera prima. Ed è il caso adesso di smettere con il bere e bere qualcosa. Sarebbe il caso di smettere di fumare anche se non ha mai fumato. Ma i fantasmi che escono dal suo naso sono come fumo che esce dai polmoni. Però passando per la testa. No non esiste nessun altro posto dove si esprima una immagine tempo. Nella testa e basta. Gli occhi non sanno nemmeno cos’è. Il cuore non esiste veramente. Il cuore, è divertente pensarlo, è della stessa pasta del tricipite, del bicipite e del polpaccio. È il caso di smettere di giocare a pallone se brucia il polpaccio. È il caso di smettere di giocare a pallone se bruciano i muscoli. È il caso di smettere di bere quando brucia.

Fa caldo in quella serata fresca e senza senso. Alcun.

Si alza dalla scrivania. Chiude il monitor senza far caso a niente. Si alza di nuovo. No, non si era seduto. Siamo fuori dall’immagine tempo. Nell’uscire ho avuto un dejà vu. Si alza ancora dalla scrivania. Il computer è spento. Non ha nemmeno salvato quello che stava scrivendo. Ora l’immagine è dinamica. Ora va verso il letto. Chiude prima la persiana. Poi spenge la luce finalmente. Al buio, ma non può tornare nell’immagine tempo. Ha paura si ma di sbattere contro un muro. Tentoni arriva al suo letto. Ci si siede. No. Prima deve mettersi il pigiama.

E allora si alza dalla scrivania e chiude la finestra. Spegne computer e luci. Con il cellulare si fa strada al bagno. Ha dimenticato di prendere il pigiama. Torna in camera; spegne ancora il computer. Va verso il letto al buio e trova il pigiama sotto il cuscino.

Si spoglia meccanicamente. Spegne il computer. Si mette il pigiama al buio. Si sdraia sul letto.

Non dorme. Accende la luce. Ha dimenticato di spengere il computer.

Avesse bevuto qualcosa almeno. C’è troppo alcool nella sua testa e troppo poco nel suo stomaco.

Ha sete. Va a spegnere il computer. Le casse fanno un bel suono quando restano accese mentre si spenge la macchina. La ventola tace. Non sputa calore. La finestra ingoia aria fresca. Si risiede sul letto. Porta i piedi e si stente. Brucia un piede.

Fresco. Si infila sotto il lenzuolo. Fresco. Perfetto. La luce. Deve spegnerla. Spegne il computer e resta al buio. Il cellulare. Un ultimo sguardo poi anche quel monitor inizia a svanire. Un fantasma appare. Di nuovo immagine tempo. Ma un altro tempo.

Il tempo della notte. Una immagine tempo infinita. Talmente infinita che sembra non esistere. Ma è forte come immagine, brucia.

Brucia il tempo. è mattina un’altra volta. Ancora un giorno trascorso. L’immagine tempo della mattina è spezzettata quando si sveglia centinaia di volte prima di trovare lucidità e tornare ubriaco senza bere. Allora la prima cosa che dovrebbe fare è bere un bicchiere. Ma non è un ubriacone. Si lo è ma non lo è davvero.

Si alza ancora dal letto. Il computer è già acceso.

Accende il computer e si risiede li. Rilegge la sua immagine tempo e inizia a perdere tempo.

Sarà una giornata più breve la prossima. Dannata aspirapolvere.

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Distorto

Distorto

 

Ho cinquant’anni.

Quanti anni ho veramente? Mia moglie di la sta sciacquando i piatti. Chiedo a lei nella mia testa quanti anni ho. Non sa rispondere che cinquanta. Ma quanti ne ho veramente?

Il problema è, quanti ne ho vissuti? Quanti valgono la pena di essere ricordati? Quanti vanno cancellati? Quanti me ne sento sulle spalle?

Ora qui davanti alla televisione mi sembra di averne cinquanta, uno più uno meno. Domani quando mi siederò davanti alla mia bella sudata scrivania, nel mio caldo ufficio, guardando dalla finestra il sole nascondersi dietro nubi autunnali, guardando le foglie gialle alzate dal vento danzare nel fresco mattino di ottobre, me ne sentirò ancora cinquanta? Mi sentirò più pesante?

E quando domani, tornato a casa, dopo aver baciato distrattamente mia moglie e sgridato senza senso i ragazzi per colpe delle quali quante volte mi sono macchiato io, dopo essermi tolto quegli abiti pesanti ed aver incrociato per radio quella canzone vecchia, quella che mi ricorda di quando non avevo cinquant’anni, di quando avrei potuto non averli mai, quanti me ne sentirò in quel momento?

Forse allora ho iniziato ad avere cinquanta anni, quel pomeriggio, quando ho deciso che la cosa più saggia da fare era sposare questa ragazza che oggi lava i piatti di là. Forse in quel momento, di fronte ad una possibilità, di fronte a due paure, ho scelto di avere cinquant’anni. Perché quel giorno quando davanti a me c’era un bivio, o forse un trivio, ora non ricordo più bene quante strade avessi davanti agli occhi, quel giorno io sceglievo una via dove i miei cinquant’anni erano già chiari così come lo sono oggi! E se la vita mi avesse spinto in un’altra direzione, mi chiedo. Se ora avessi ancora diciotto anni?

Ma ho diciotto anni. Mi sveglio dall’incubo. Stavo sognando di averne cinquanta. Sono in camera mia. Potranno essere le dodici. Mi alzo tardi. È domenica. Penso nel letto per un po’, al buio, ascoltando fuori dalla finestra il vento che soffia, la pioggia che cade strapazzata dalle raffiche. Il freddo cerca di penetrare la barriera del piumone. Il freddo ha cercato di penetrare nella mia mente stanotte. Quanti anni ho? Diciotto o cinquanta. Non lo so più. Ieri sera la vita mi spingeva verso i cinquanta. Oggi mi spinge ai diciotto. Cosa voglio? Quanti anni voglio avere?

Come posso evitare di decidere di decidere qualcosa? Come si fa sapere quale sia il nostro futuro, in modo da evitarlo?

Ieri sera ero con lei. Seduti uno affianco all’altra. Mi parlava. Diceva un sacco di cose. Ma niente, niente che mi facesse pensare a domani, a ieri. Oggi sono a letto e ci penso. E penso che forse ho ancora diciotto anni. Che non so cosa farò quando il liceo finirà, quando dovrò iniziare l’università. Non so nemmeno se parlerò con lei almeno un’altra volta. Ma ieri sera ho solo parlato. Niente più. Ho deciso di averne cinquanta ieri sera. Devo cambiare la mia scelta.

Ma non ne ho diciotto, mi sto sbagliando. Ne ho venticinque. Ho finito già l’università. Mi sono laureato a gennaio. È primavera adesso e sento nell’aria il profumo dei fiori. La casa della mia vicina è piena di gelsomini e hanno un odore fortissimo. Mi piace quando di giorno passo davanti al suo cancello, con il caldo che amplifica l’odore e la sua dolcezza.

Ho venticinque anni e sono solo come un cane. Cosa voglio? Voglio una donna, una ragazza, un futuro che adesso mi scappa. Non voglio una scelta. Sono solo da troppo tempo. mi basta qualcuno che mi voglia bene, qualcuna che si innamori di me e che mi sopporti, finché non avrò cinquant’anni e ripenserò che a ventitre avevo una scelta. Ma io voglio che arrivino subito i miei cinquant’anni. Voglio averli domani. Voglio trovare un lavoro, una donna, una moglie, un futuro, perché non posso vivere senza un futuro. Non è giusto nei confronti del mio presente!

Adesso è notte e sono seduto sul balcone a guardare fuori la strada povera di macchine. Qualcuna passa ogni tanto, illuminando i gelsomini della signora affianco, ma per lo più sto al silenzio e al buio a sognare un futuro. Quanti anni mi servono per realizzare qualcosa? Per far si che questa mia vita senza alcun senso ne acquisti uno. Per far si che non debba passare tutte le notti seduto sul balcone a guardare le macchine e a chiedermi quanti anni ho.

Non venticinque, non cinquanta, non diciotto. Non voglio avere anni.

Il tempo mi corre dietro e proprio non voglio sapere quanti anni ho. Nemmeno festeggerò questo mio compleanno. Fa caldo. Sono sulla spiaggia sdraiato a guardare il cielo, o il mare non so.

C’è gente intorno a me. C’è tanta gente che non conosco. Conosco qualcuno? Conosco me stesso se non so nemmeno quanti anni ho? Quanti ne avrò domani?

Sono qui e penso. Penso di averne venticinque e di ricordare quel sogno fatto a diciotto.

Guardo le onde e le stelle senza saper scegliere.

No non voglio sapere chi sono e quanti anni ho. Voglio in questo momento che qualcuno si sieda affianco a me e mi parli. Che qualcuno mi conosca prima che l’io di oggi lasci il posto a quello di domani. Voglio conoscere qualcuno, voglio dimenticarmi di averlo conosciuto.

Voglio che pensino che sia fatto così e si rendano conto del loro errore. Ma io come sono? Come voglio essere?

Sento ripetitive le onde infrangersi sulla spiaggia. Vedo lo spazio stretto tra due stelle e lo immagino infinito. Il sapore della salsedine. Lo sento mentre penso a quanto mi affascini guardare il cielo.

Il tempo è poco. Mi corre dietro. Ho paura di domani se ci penso. Meglio pensare ad adesso. Ho paura di ricordare ieri. Il mio unico desiderio è dimostrare che non sia già tutto pronto per i miei cinquant’anni. Non voglio sapere cosa fare a settembre. Non voglio pensare a quando su questa spiaggia tornerò da solo, con in mano il mio futuro ben confezionato. Non voglio pensare a quella parte scomoda di me che vuol prendere il sopravvento. L’io di domani, quando questa gente che nemmeno conosco sarà da un’altra parte, vuole marchiarmi, affibbiarmi un futuro che è troppo mio, che è più mio di questa notte a guardare le stelle, o forse il mare, aspettando che qualcuno venga a salvarmi da me stesso.

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Il saluto.

 

Il saluto

 

Mentre il sole all’orizzonte si inabissava dietro quella placida e piatta distesa azzurra davanti ai suoi occhi, lasciando, a testimoniare la sua presenza, una cascata verticale di rosati raggi, che da un di là lontano e sconosciuto partivano, salendo velocemente fino ad infrangersi contro una nube isolata, trasformando quella bianca interferenza persa nell’azzurro sfumato del tramonto, in uno spettacolare batuffolo, roseo da un lato e candido dall’altro, circondato da sempre più percettibili flussi luminosi, che si andavano poi perdendo nell’infinità del cielo sopra la sua testa, nell’attimo in cui tutto ciò succedeva, Andrea non riusciva a smettere di lavorare all’interno della sua testa.

Era indaffarato nel reprimere una insensata e stupida esplosione di manifestazioni dei propri sentimenti, che alla vista di quello spettacolo, tante volte osservato durante l’estate appena trascorsa, cercavano di fuoriuscire sotto forma di salatissime dolci gocce dai suoi occhi castani.

Cercava di incastrare quelle lacrime pesanti in un equilibrio instabile di futuri probabili se non possibili e di un presente che sempre più lo spingeva verso il passato. In questa giostra di tempi era orchestrato il tentativo del ragazzo di non piangere, di non lasciar intendere al mondo quel qualcosa di incomprensibile che bruciava gli occhi e opprimeva la gola, di non dimostrare, una volta ancora, la sua capacità di provare dei sentimenti come le persone normali, la sua capacità di essere freddo nei momenti importanti, di essere insensibile ad alcuni imponenti simulacri della sua felicità perduta.

Ma ora che anche gli ultimi raggi di quella infinita e splendida cascata iniziavano a ritirarsi in quel luogo ideale dove ogni notte il sole si nasconde a riprendere forze per scaldare ancora un giorno le vicende degli uomini che vivevano quella estate, per ricordare ancora una volta ad Andrea, l’indomani, tutti i tramonti osservati durante l’agosto, ora che la sera fresca di settembre chiedeva permesso e si metteva comoda al suo posto, ora una goccia non riusciva più a trattenerla, e il respiro, sempre più pesante, tradiva l’enorme massa di emozioni che proliferavano nella gola del solitario ragazzo seduto in spiaggia.

Ma come fa, si chiedeva Andrea, il passato ad essere sempre così più rassicurante del futuro, come fa ad essere tanto più attraente del presente.

La voglia era quella di tornare indietro, di rivivere tutto allo stesso modo, senza cambiare una virgola, rifacendo errori e rivivendo le brutte esperienze, ma osservando ancora una volta quei quaranta tramonti. Avrebbe potuto annegare in quelle emozioni, lasciare che le lacrime lo inondassero, lasciandosi andare alla deriva in quel passato che tanto gli aveva dato, dimenticandosi per un attimo il presente che gli aveva tolto tutto.

La sabbia sotto di lui si raffreddava lentamente, al suono delle piccole onde che la accarezzavano. Le persone dietro di lui che stavano abbandonando la spiaggia silenziose, a loro volta lasciavano qualcosa in quell’ultimo inesorabile tramonto. Dal bar arrivava ancora una volta la musica che aveva accompagnato la sua storia recente, dalla battigia proveniva invece l’odore di salsedine che aveva portato sulla pelle.

Erano centinaia i ricordi e altrettante le emozioni a loro collegate. Centinaia come i gesti che si possono fare in una giornata, le musiche e gli odori che si sentono in una stagione calda come quella, i colori che si vedono, le frasi che si dicono.

Ogni singolo istante degli ultimi mesi Andrea lo voleva imprimere nella propria memoria così fortemente da poterlo rivivere quando solo per un attimo un oggetto, un suono, un odore o una frase gli avessero spalancato la porta del passato. Era quello il regalo più bello che custodiva, i propri ricordi. E non c’erano illusioni, non sarebbe mai tornato niente di tutto ciò, il futuro non era all’altezza del compito che il ragazzo seduto in spiaggia voleva assegnargli. Il futuro non avrebbe mai consolato Andrea prima che si fosse trasformato a sua volta in passato. Il presente, quella lotta intima tra Andrea e il proprio corpo, trasformandosi ogni istante in passato, acquisiva piano piano la sua importanza, andando ad accumulare ancora suoni e odori, sensazioni a quella massa intricata si era formata.

Una voce lontana spazzò via tutto in un attimo.

Andrea si alzò scrollandosi di dosso la sabbia, asciugandosi quella lacrima fuggita al suo regime di introspezione. Pochi passi verso il mare per sciacquarsi la faccia e cancellare i segni della feroce battaglia, un respiro profondo per inghiottire quell’ostacolo che aveva in gola. Tempo per ripensarci ne avrebbe avuto tanto, la sera, al buio nel suo letto; tempo per essere debole e concedere spazio alle proprie emozioni. Aspettava avidamente quel momento, per potersi lasciare andare nei ricordi, per poter finalmente scartare quei regali.

Si voltò felice e corse verso la macchina carica di bagagli che lo aspettava in strada, vicino al bar.

-Possiamo andare- disse agli amici, mentre si sedeva colpevole di aver pianto, sul sedile posteriore della vettura, chiudendo lo sportello e concedendosi un ultimo rapido, doloroso sguardo al paesaggio, tanto per imprimere meglio il ricordo, per non lasciare li qualcuno di quei regali che aveva ricevuto quell’estate.

E poi via, a vedere il futuro passare sotto un rullo e trasformarsi ancora in passato. Infondo, pensava Andrea, qual è lo scopo della vita se non quello di collezionare ricordi?

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Andata e ritorno

“Andata e ritorno”

un racconto erasmus di Alessandro Maisto

 

 

Quanti modi ci sono per raccontare la mia esperienza?

Potrei dire semplicemente: sono partito, ho vissuto in Spagna, sono tornato.

Potrei arrampicarmi in sofisticate descrizioni dei luoghi magici che mi hanno ospitato.

Potrei scrivere pagine e pagine raccontando l’avventura del viaggio; viaggio per giungere nella città dove ho vissuto; viaggio per andare a cercare i luoghi più belli, quei luoghi che non puoi rischiare di non aver visto.

Potrei anche dilungarmi nella stesura di una accurata guida turistica della zona addicendo locali, usanze, luoghi, feste e manifestazioni.

Potrei, ma non voglio.

Il problema non sta tanto nell’incomprensibile quanto irritante difficoltà di scrittura che mi attanaglia da qualche tempo, ma piuttosto nel preciso e determinato motivo che qualunque cosa possa dire, per quanto io possa essere bravo a descrivere i luoghi, gli eventi, la vita di questo paese, mai e poi mai sarò in grado di raccontarvi cos’è stata questa esperienza.

Sembra facile retorica la mia… certo, ora non puoi, non sai, e fai finta di non volere! Eppure è così; l’inutilità di scrivere qualcosa che nessuno potrà comprendere fino in fondo mi lascia senza parole.

Appunto per questo voglio raccontare questo mio disagio.

Sono tornato dalla Spagna il 5 luglio. Avevo voglia di tornare a casa, non ce la facevo più a stare li; non pensavo ormai ad altro che al mio ritorno da almeno una settimana, se non di più.

A casa sono stato contento di essere tornato, non mi sono per niente pentito di aver concluso nel più breve termine possibile la mia avventura spagnola, nemmeno per un attimo ho pensato di voler tornare indietro. Nemmeno per un attimo per il primo mese all’incirca.

Ma iniziamo con lo spiegare prima di tutto cosa ha determinato questa mia voglia di tornare a casa: la situazione.

Sei partito, sei in erasmus, all’inizio non ci fai quasi caso, sembra quasi che tutto sia assolutamente normale. Continui a pensare tra te e te: sono partito, è fatta. Ma non te ne convinci. Poi il tempo passa e inizi a capire. Torni in Italia per Pasqua e ti rendi finalmente conto. Al tuo ritorno in Spagna una atroce rivelazione: TI-DEVI-DIVERTIRE.

Atroce dicevo e terribile come una mitragliata alle gambe. Già, perché sovviene la paura di non divertirsi abbastanza, la paura di tornare a casa con un manico di spugna (come somiglia alla parola Spagna).

Questa tremenda consapevolezza può avere due effetti: il primo ti sblocca, ti disinibisce completamente, ti spinge e ti sprona a fare tutto quello che puoi; il secondo invece ti paralizza, blocca le tue azioni in un vortice di “cosa devo fare per divertirmi veramente?”.

Due momenti che mi hanno attraversato, nell’ordine giusto anche, ma che hanno visto in me povere e pallide reazioni.

All’inizio, ok, “cosa devo fare”; bene, come al solito sei riuscito a sprecare l’ennesia occasione di vittoria. Cosa devi fare per divertirti veramente? Devi “fare esperienze”. Andare a ballare? Vivere le feste? Parlare spagnolo? Andare a vedere i luoghi sacri della penisola iberica? Ma no signori miei, il mio cervello piccolo e malato mi portava a un tipo di ragionamento che funzionava come una gettata di cemento sulla mia voglia di vivere: vivi in una inutile e circoscritta realtà, che al di fuori di questi sei mesi non continuerà. Cosa c’è di strano, vi starete chiedendo.

Ebbene non mi conoscete, quindi accetterò di rispondere alla vostra domanda. Io sono una persona che fa progetti il più delle volte a lungo termine. Mi piace guardare avanti con il cannocchiale. Ebbene cosa mai poteva pensare fosse indispensabile il mio cervelletto per affrontare una sana e corretta vita erasmus? Una donna, una ragazza, un qualcosa che però non mi andava poi di perdere da un giorno all’altro. E così cemento sui miei piedi. Mi sono andato a ficcare nella solita situazione del cavolo.

Allora ecco che i giorni passavano e le occasioni di divertirsi divenivano sempre di meno. La partenza diventava vicina e la vedevi come l’unica via di scampo.

Però (c’è sempre un però in questi casi, benché la mia non sia una bella storia allegra e a lieto fine come le altre che vi invieranno); però dicevo, qualcosa è intervenuto. L’unica salvezza della razza umana, ciò che ci distingue definitivamente dagli animali, ciò che di più lontano si possa immaginare dal concetto stesso di attrazione fisica, di attrazione sessuale: l’amicizia.

Già perché lei mi ha già salvato più e più volte dai miei fantasmi sentimentali per così chiamarli. E quindi il me stesso che lottava per tornare a casa e che sembrava aver deciso di vivere passivamente i pochi giorni rimasti, è maturato in qualcosa di diverso. L’anatroccolo è diventato un anatroccolo più intelligente(non un cigno, no, mi dispiace). E devo dire “si, ho recuperato qualcosa”.

La mia più grande sorpresa è stata quella del mio essere combattuto tra la voglia di tornare a casa e quella di restare. Combattuto ma solo in parte. Perché ciò che io ritenevo dover fare per poter definitivamente dire di aver vissuto un buon erasmus non l’avevo fatto!

Così il ritorno a casa è stato piacevole.

Eppure ora mi sta succedendo qualcosa.

Ora riesco a sentire qualcosa dentro di me ogni volta che una frase di un libro, una nota, un film, una situazione, una battuta, una qualunque insignificante cosa mi ricorda un solo momento bello, brutto o tremendo di quei sei interminabili e bellissimi mesi.

Quel mio essere combattuto si è trasformato nel volere a tutti i costi rivivere una esperienza tramite foto, o meglio, parlando con chi c’era, lasciando che fiumi di parole inondino le loro orecchie e raccontino loro della mia nostalgia, del mio ripensamento, del perché, di un perché che non mi è ben chiaro.

Non è la solita situazione in cui il passato lo ricordi con piacere solo perché è passato. No, non dopo tre mesi. Potrei capire che accada dopo un anno, ma non così presto.

Non è nemmeno colpa dei miei amici, della mia vita di qui, che io so essermi preziosa, che so non poter cambiare con nessun altra.

E allora mi manca quel soggiorno, quella televisione, quella scrivania e la bicicletta, mi manca l’odore che c’era nell’aria quando andavo nelle campagne a pensare, da solo; mi mancano le mattonelle dei marciapiedi, mi mancano le cucarachas, mi manca quel bar, mi manca quella fetta di carne e mi manca quel tavolino piccolo e inutile; mi manca lo stanzino dove tenevamo i computer per recepire una connessione ad internet, mi manca come mi mancava il posto dove oggi sento questa mancanza; mi manca il ponte, l’università, casa dei ragazzi, il loro divano, la loro televisione, la mia playstation, che a casa mia non si assomiglia più. Mi manca il carrefour e il fare la spesa, mi manca l’internet point e il barbiere da cui sono andato una volta sola. Mi manca l’ascensore, il portone, le chiavi che lo aprivano; mi mancano i pullman e le strade, gli alberi, i campetti di calcio. Ma ne posso fare a meno. Sento dentro di me che posso farne a meno, che posso dire sinceramente di poter vivere senza tutte queste cose, senza questi ricordi che per lo più sono di contorno, superflui. Per una volta ne sono sicuro. Si, mi mancano, ma non per il loro essere se stessi.

Il soggiorno non sarebbe lo stesso senza le persone con cui passavo le notti a chiacchierare o a vedere film. La bicicletta non sarebbe la stessa senza il desiderio di andarci insieme a lei. Non si somiglierebbe quell’odore se non andassi in campagna per pensare a lei, immaginandomela accanto. Nemmeno le cucarachas mi mancherebbero, perché nessuno ne sarebbe così terrorizzato. Non mi mancherebbe tanto quel bar se non ci fossi andato con i miei amici. Il tavolino che ha ospitato tanta gente a pranzo, italiani, stranieri. La mia scrivania che veniva usata quando la gente era troppa. La cosiddetta “vucciria” stanzino angusto dove stavamo in tre, computer in grembo a parlare tramite internet con casa o a chattare tra di noi, a pochi centimetri di distanza. Sentire quella mancanza di casa non sarebbe paragonabile al modo in cui l’ho sentita quando c’erano tutti loro. La casa dei ragazzi, dove ho passato interminabili nottate a giocare con loro è solo una prigione di pareti senza quelle persone. La spesa la facevamo tutti insieme, con tre carrelli e spesso era lì l’appuntamento con gli altri, al bancone del pane. Cosa sarebbe stata questa esperienza senza le persone che ora vorrei avere ancora qui accanto a me. persone che non saranno nemmeno loro più le stesse forse a causa della situazione cambiata.

E allora è tutto un inganno, è davvero quell’isola che ho sospettato che fosse. Non esiste niente di quello che c’era li, nella mia Spagna, qui in Italia. Non c’è nemmeno la parvenza. Tornassi indietro non basterebbe. Riavessi qui quelle persone, non basterebbe nemmeno quello. E non parlo solo delle persone che fanno da protagonisti a quei ricordi, tanti e non sempre belli; ma parlo anche delle persone che ho odiato, che ho evitato, che ho solo conosciuto e che magari mi erano solo simpatiche. È un isola, un insieme chiuso, un mondo piccolo che non potrò mai sperare di riavere così com’era. Forse è per questo che già ne sento la mancanza. Forse è per questo che quasi nulla mi mancherà in questo modo.

E ancora mi vengono in mente le scene del viaggio verso la mia città, quella che mi ha ospitato sei mesi; e mi viene in mente come tutto fosse ancora una sorta di sogno, come non conoscessi quelle persone, come le immaginavo e come si sono rivelate. Mi viene in mente quella prima notte in albergo, come loro pensavano che io fossi e come mi sono rivelato poi. E tutte quelle stronzate che ho detto e tutte quelle cose stupide che ho pensato. Tutto fa parte di un mondo che non posso trasmettervi, ma non per una mia mancanza, bensì per una vostra. Perché voi non c’eravate, perché non eravate protagonisti ne cooprotagonisti e nemmeno comparse. Si è un trionfo dell’egocentrismo questo viaggio, questa esperienza e voglio che resti così perché ne sono diventato profondamente geloso. E me ne vanto, lo faccio in continuazione ogni scusa è buona per parlarne con qualcuno. Ogni tanto lo ricordo anche con le persone che erano con me, quelle con cui ho un po’ dovuto ricominciare da capo quando sono tornato in Italia.

E per ultimo ricordo il giorno del mio definitivo ritorno a casa.

Desideravo tornare. Non ne stavo nella pelle. Eppure quella notte non dormivo, ricordavo, pensavo a quello che avevo perso e mi ripetevo, “fa tesoro di quello che hai guadagnato”. Che fine aveva fatto allora la paura di non divertirsi, la paura di non assolvere a dei compiti che sembrano essere doveri per chi parte? Scomparsa. Semplicemente mi rendevo conto di non aver guadagnato niente, di come abbia perso tutto in un breve volo di aereo, in un ultimo abbraccio prima di salutarci definitivamente; nel mettere quella valigia nel portabagagli e nel andarmene contento in autostrada verso casa, finalmente casa.

Questo non è un diario del mio erasmus, non è un racconto a lieto fine e nemmeno un testo teatrale come avrete palesemente notato. Questo è un po’ un mio sfogo, un po’ un tentativo di dare un senso a un qualcosa che ho dentro, un po’ un modo per ricominciare a scrivere. Questo è un messaggio, una lettera a me stesso. Non pretendo di potervi dare anche un solo spicchio di quelle emozioni, non pretendo che voi capiate cosa è stato per me. Nemmeno io probabilmente l’ho capito.

Ecco:

questa è una tomba, o meglio un epitaffio, un sarcofago entro il quale sto cercando di rinchiudere il mio stato d’animo. Lo regalo a voi, prendetelo, leggetelo e fatevelo piacere, perché meglio di così non so raccontarvelo il mio erasmus.

 

Alessandro Maisto

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Il volo – racconto

Il volo

 

«Sono stanco stasera, non riesco a concentrarmi né a riflettere».

«Sei nervoso con me?».

«No, per nulla. Non è tua la colpa».

«Allora perché menti?».

«Non ho intenzione di mentirti, cosa te lo fa pensare?».

«Tu, il tuo sguardo, la tua presunta stanchezza…».

«Scusa, credo che abbia ragione tu. Ho esagerato. Bene, di che parliamo stasera papà?».

«Stasera credo che tu abbia voglia di parlare di me».

Era buio. Era il suo buio, nessuno avrebbe mai potuto invadere quel grande niente che ormai apparteneva solo a lui. Forse era quel grande buco dentro che lo rendeva così padrone del nero senza luce della stanza. Quel grande nulla che si era formato nella sua infanzia che lo costringeva a considerarlo suo di diritto. Quel buio misterioso dove si riaprivano vecchie ferite e dove poteva lasciarsi volare. Ma  non volava mai solo.

 «Hai ragione, mi hai letto nel pensiero, è di te che voglio parlare!».

«Non abbiamo mai affrontato l’argomento, ma credo che sia questo il momento più adatto. Ora sei pronto a conoscere le mie motivazioni.».

«Forse lo ero già da tempo. Sono contento però che te ne sia finalmente reso conto.».

«Ed io sarò contento di parlartene. Forse è vero, ti ho sottovalutato, ma dimmi, non sei tu stesso che continui a sottovalutarti?».

«Non so, forse hai ancora ragione tu. Come fa ad essere così giusto?».

«Solo con te posso essere così. Sai bene che da giovane ho compiuto molti errori. Il più grave è stato forse quello di lasciare tua madre.».

«Ricordati che hai lasciato anche me papà. La mamma ha sofferto tanto, si, ma anche io. Certe volte penso al passato, stavamo così bene insieme. Perché sei andato via?».

«Questo lo sai benissimo. Sai bene che all’ora non ero saggio e neanche onesto.».

«Quanto volte ho pensato a te, a noi. Sono rimasto solo.».

«Credi che a me non sia dispiaciuto lasciare te? Lasciare la mamma? Solo ora mi rendo conto del mio errore.».

«Papà, ti voglio bene. te ne ho sempre voluto, ma ti odio. Ti odio per quello che mi hai fatto; colpa tua o no, ti odio.».

«Lo so, e mi dispiace. Anche io avrei voluto stare con te più tempo, purtroppo avevo un’amante esigente con la quale scappare. E credimi… non immaginerai mai quanto abbia rimpianto la mia scelta.».

«Invece posso, ricordi? Siamo uguali noi due. E poi come mai hai deciso di venire a volare con me?».

«Ti ho spiegato che la mia amante dopo avermi sedotto mi ha abbandonato… sai, sono rimasto solo, tu sei tutto quello che mi rimane.»

«Ti ammiravo papà. Con te sono crollate tutte le mie aspirazioni. Certe volte mi sento un buono a nulla, un pazzo.».

«Forse lo sei davvero?».

«Hai ragione, lo sono, ma è tutta colpa tua.».

«Riguardo questo hai ragione.».

«Avanti, cosa puoi dirmi di te?».

«Io ti ho detto tutto. Ho ammesso le mie colpe. Ora tocca a te parlare di me».

«Ma chiedi l’impossibile!».

«Non è vero e lo sai.».

«Non so cosa dirti!».

«Allora forse ho accelerato troppo i tempi…».

«NO!… sei un uomo! Un padre! Un amico! Un confidente! Un paradosso! Una utopia! Un sogno!».

«Sono tutto e non sono nulla. Sono una parte di te, sono colui che reclama il buio. Sono la tua Coscienza.».

«Sei la mia pazzia!».

«Sono la tua pazzia.».

«Sei un’ossessione?».

«Sono morto.»

Fu in quel momento che il cielo azzurro dentro il quale nuotava scomparve; lasciando spazio ad una stanza buia, ad un letto e ad un interruttore. Alzò la mano scarna ed accese la luce. Era solo, seduto sul letto. Pensò a se stesso, pensò a suo padre, pensò a quell’ospedale, ebbe paura. Si portò con la mente a quell’odiato, ripudiato e dimenticato giorno, quando vide sua madre posare un fiore dentro quella tomba. Rivide il coperchio di legno chiudersi e fu finalmente capace di lasciarsi alle spalle quella vita mai vissuta, quell’ideale, quell’uomo che lo lacerava da vent’anni. Si alzò in piedi, aveva le gambe intorpidite e addormentate. Non riusciva a ricordare l’ultima volta che si era sentito così libero. Non era più costretto da quella prigione che si era costruito da solo: il buio. Uscì dalla stanza, spense la luce ed iniziò a correre. La sua vita iniziava ora. Correre; Vivere.

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morte e silenzio – racconto

 

pubblicato in seguito al concorso scrivere giovane nel 2003.

 

Morte e silenzio

(Quattro amici)

Un impercettibile attimo dopo l’impatto un’infinita serie di cerchi andò nascendo intorno al luogo dell’incidente e man mano, uno ad uno, allargandosi fino a schiantarsi silenziosamente contro le pietrose rive tutt’intorno. Ci fu ancora un altro impatto e continuarono a susseguirsi cerchi crescenti di diverse velocità e sempre diverse cadute.

Pioveva e la pozzanghera si stava espandendo.

Improvvisamente le gocce cessarono di scendere e il laghetto che nell’asfalto si era venuto a creare visse qualche attimo di pace. Le sue dimensioni si stabilizzarono e flemmaticamente andarono a diminuire sotto l’assetato sole che rideva impassibilmente e insensibilmente alle disgrazie umane.

Tutto il silenzio fatto di fruscii e cinguettii fu interrotto dal lontano ronzio di un motore. Velocemente cresceva l’intensità e quel suono innocuo si fece sempre più rombo devastante, finché comparve all’orizzonte la grossa automobile nera, lucente sotto l’azzurra volta celeste. La pozzanghera vedeva avvicinarsi la sua incauta sciagura e tutto ad un tratto, lì dove centinaia di gocce avevano riempito, una sola immensa ruota aveva svuotato.

L’auto sobbalzò e gli schizzi arrivarono fino al parafango; frenò un momento e continuò la sua corsa.

La natura la guardava severamente.

Silenzio all’interno della macchina. C’erano quattro persone.

Al posto di guida sedeva un uomo cupo, con grossi occhiali rifrangenti, una tuta ed un berretto verde militare. Affianco c’era un altissimo africano senza l’ombra di un capello, scheletricamente magro, coperto di croste.

Dietro, oltre all’affascinante donna vestita di nero che gli teneva la mano, stava un pover’uomo, il cui viso, deturpato da decine di pustole rosse, ricordava vagamente quello di un essere umano. Era avvolto in una coperta scura, a quadri scozzesi. Tremava.

Un finestrino era aperto e i lunghi biondi capelli della donna sventolavano qua e la ricadendo contro il cupo colore della sua giacca. Il nero seduto davanti si voltò lentamente a guardarla e sorrise pigramente, con difficoltà. Lei a sua volta alzò lo sguardo verso lo specchietto che rifletteva gli imperscrutabili occhiali del conducente.

Corse lungo l’irregolare fondo stradale l’auto e si fece sempre più vicina alle immense montagne che si stagliavano contro il cielo turchino. Il bianco delle loro cime si confondeva col colore di una nuvoletta che solitaria vagava per i campi celesti. Tutto intorno alla strada, verdi prati e alberi poveri.

Dopo che il sole ebbe compiuto metà del suo tragitto, i quattro viaggiatori girarono verso gli alti monti.

Si trovarono costretti a fermarsi li per la notte, poiché il grosso tunnel che gli era dinanzi, antica tana di interminabili vermi luccicanti di automobili, che una volta conduceva alla grande città, era crollato. Attesero placidamente in cerchio che il sole andasse a nascondersi dietro la montagna, intimidito dalla chiara bellezza della luna.

 Fu il militare a sistemare la tenda ed accendere un pallido fuoco. Dormirono tutti e quattro insieme ed i tre uomini, uno alla volta, ebbero il corpo sinuoso e attraente della donna.

Tutto questo senza proferire una sola parola.

Appena il sole concesse i suoi primi raggi, i quattro erano già nell’auto pronti a partire di nuovo.

Tornarono qualche chilometro indietro per riprendere la strada che aggirava i monti; corsero per deserte strisce di asfalto senza mai rallentare, senza usare il freno, finché la via fu percorribile.

Nei pressi di un piccolo villaggio ai piedi dell’ultima montagna, l’uomo che conduceva l’auto dovette rallentare a causa dei detriti che erano riversati sulla strada e dell’enorme fosso che deturpava il suolo.

Un vuoto tra due scheletri di cemento testimoniava il crollo di un palazzo. Polvere e mattoni, mobilio, legno, vetro, una culla semisommersa dai detriti, un braccio che fuoriusciva dal cumulo delle macerie e ancora oggetti di vita quotidiana, una televisione distrutta, uno spazzolino che chissà come era finito su quello che una volta doveva essere un cuscino, un telefono; tutto questo adornava la collinetta pietrosa che occupava il passaggio verso la grande città.

Salendo sul marciapiede riuscirono comunque a passare e continuare il viaggio.

Giunsero più avanti ad una specie di accampamento.

C’erano delle persone per terra, immobili. L’unico suono percepibile, oltre il sussurrare incessante del vento era il pianto di un neonato. Si fermò la macchina e la donna insieme all’uomo vestito da militare scesero per guardare al di la del ciglio.

Affacciandosi videro un fosso enorme, una tomba, che conteneva una ventina di luridi corpi insanguinati, polvere e puzza. Una bambina così piccola da essere vista a fatica muoveva ancora le braccia al cielo e con la bocca aperta urlava fino a divenire paonazza e violacea. Una zolla di terra le colpì il volto invadendo il suo urlo; dall’altra parte cinque o sei uomini, tutti puntualmente vestiti di bianchi smoking, servendosi di grosse pale, gettavano nel buco cumuli di terra.

L’uomo guardò la donna e sorrise.

Tornarono in macchina velocemente e ripartirono con più fretta di prima.

Alle venti erano alle porte della grande capitale.

Parcheggiarono la macchina scura ai piedi di un palazzo semidistrutto, con le poche pareti rimaste macchiate di fumo.

Poggiarono i piedi su un tappeto di sabbia e vetro ed osservarono la lunga strada dissestata ed interrotta da cumuli di macerie, che tra i palazzi sventrati si perdeva gradualmente. Il militare si voltò verso i compagni e pronunziò le sue uniche parole: «Il mio turno è terminato, ora inizia il vostro.».

I tre si incamminarono a piedi lungo la via. L’uomo li vide rimpicciolirsi e scomparire, poi salì nell’automobile e consultò la sua agenda. Tempo di nuovi impegni.

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La discesa – racconto 2003

 

in quinto superiore dovevo essere un po’ pazzo, fatto sta che scrissi questo racconto…

 

La discesa

 

“Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris?

Nescio, sed fieri sentio et excrucior.”

                                                           Catullo

 

Oh, Catullo, oh saggio Catullo, ogni qual volta l’aere fresco del mattutino mi riempie, mi chiedo cosa mai provassi tu di tanto sacro e profano da forgiare questi versi eterni? Anche io ad ogni risveglio, sento di odiare, di amare, e mi chiedo fino a che punto può giungere  la buia contraddizione nascosta dal mio cuore e dai tuoi versi.

Fatale donna ti fu ispiratrice e allo stesso modo una bellissima e tremenda femmina apre la breccia nelle mie membra. Le ha spinte e tirate, le ha baciate dolcemente. Davvero bella quella donna. Davvero terribile. Il suo volto sublime da forma all’informe, ordine al disordine e bellezza a ciò che non è bello. Non mi chiedevo un tempo quale fosse la sua natura, quale Dio misericordioso e buono potesse avermela donata. Sbagliavo. Quando bambino giocavo con lei nel prato macchiato di vermiglio dell’inverno, sotto un azzurro cielo freddo e fumoso, quando correvo tra gli alberi sterili e respiravo quell’odore di grigio e verde che inebriava i sensi. Non me lo chiedevo quando più grande cavalcavo verso le spiagge estive, sotto adorabili ombre, circondato da giallo e giallo, a tal punto giallo da perdesi nel blu; non me lo chiedevo nemmeno quando passeggiavo all’ombra delle fronde oblique, insieme ad un rivo veloce tra giganti verdi e bianchi. Quanto fui stolto ora lo dico. Innamorato di un regalo inconcepibile, che non riuscivo a capire.

Soggiunse l’odio tutto a un tratto, senza che alcuno ne auspicasse la venuta, indesiderabile indesiderato Odio.

Fu per caso l’insensatezza di quel dono, la sua malvagia beltà? Fu la mia paura di scoprire fino in fondo cosa potesse celare dopo, fu forse il terrore dell’invecchiamento del mio corpo, di non piacerle più, di vivere con essa senza che lei volesse posare il suo dolce sguardo rigeneratrice su di me?

Fu tutto e non fu niente. L’odio si sa, viene quanto meno lo si cerca.

Proprio la mia donna, dunque, la Vita.

Oh Catullo, oh saggio Catullo, quante volte ho sognato di tornare indietro, quante volte ho voluto essere stupidamente inconscio.

Ultima ebbrezza, ultimo vero contatto con la mia fausta donna lo dedico a te.

Sento i miei capelli come mare ondeggiare alla brezza vigorosa, sento la mia pelle rabbrividire tellurgicamente, i miei occhi fissare la discesa che mi attende.

Amico mio, non è cosa ci sia dopo quello che conta. Mai ho preteso di conoscere l’inconoscibile e mai potrò narrarlo ad anima viva. Tu che però già conosci afferra questa mia mano e conducimi dove il mio amore mi vuole, dove il mio odio mi spinge.

 

Ah com’è bello lasciarsi andare, volare, osservare il mondo ingrandirsi sotto di se, lasciarsi cullare dall’aria e dal vento inquieto, chiudere gli occhi e in un ultimo istante rivedere scene di un amore vero. Mai commettere l’errore di pensare, mai lasciarsi andare in stupide disquisizioni cervellotiche mentre la caduta si fa precipitosa.

L’orgoglio, se non ci fosse lui dove sarei ora? A godere della mia amorosa vita, senza permettere che la nebulosa delle mie riflessioni partorisca la cosmica idea della discesa.

È tardi mio Catullo per pentirmi, ma lascia che io veda ancora il mio bel volto felice, lascia che ripeta per l’ennesima volta i tuoi sublimi versi e permetti che questi occhi sputino lacrime così pesanti da cadere più veloci di me.

Drogato dall’orgoglio la mia ultima estasi d’amore la dedico a me stesso.

Oh, Catullo, mio buon Catullo, l’odio non è forse troppo amore?

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