L’ammiraglio si fermò ad osservare un’ultima volta quel dipinto mozzafiato che la natura aveva composto e che l’uomo aveva perfezionato. Il sole alto non riscaldava il vento fresco che gli soffiava dietro la nuca, sollevandogli la lunga chioma castana, facendo si che le sue guance sporche di barba venissero inondate e colpite dai capelli impazziti nella danza del vento. Con una robusta mano li scansò ancora una volta, tenendo gli occhi fissi su quelle montagne alte, innevate.
Un pendio ripido e poi rocce, e blu, il mare sotto il ghiaccio. E il suo sguardo seguì la curva della costa, osservando le onde diventare bianche al contatto con gli scogli, fino al porto laborioso, e più in la, dove iniziavano le case, dove l’opera umana si arrampicava su quelle colline, dove i signorili palazzi del lungomare erano in parte coperti dalle palme e dalla vegetazione messa lì da saggi antenati. Lasciò correre lo sguardo sulla città, sormontata dal castello in rovina, osservando l’architettura modificarsi man mano che si procedeva verso il forte, verso sud. Vide il piccolo molo e per l’ultima volta salutò la città, rimettendosi al lavoro, componendo pensieri più freddi, pensieri più abituali, pensieri responsabili.
E l’onda che dalla nave imponente si allontanava veloce, increspata e schiumante, arrivava fino a quel molo, andando a infrangersi contro le rocce cubiche che una sopra l’altra si ergevano a protezione della piccola baia dove erano custodite le ben più piccole barche a vela e i motoscafi. Su quelle stesse pietre sconnesse e piene di imperscrutabili spazi, tra la densa salsedine propagata dai colpi costanti del mare alla terra, Michele saltava da una roccia all’altra, mentre Clara cercava di stargli dietro più ordinatamente, avviandosi verso il punto dal quale era più bella la visuale della città.
«Aspetta, non ti piace da qua?» disse lei fermandosi un momento a prendere fiato.
«No, vorrei arrivare fino a quella roccia, da la sopra si vedrà tutto benissimo» rispose Michele.
Il freddo di quella giornata di dicembre era mitigato appena dal sole, ma il vento, che a tratti si alzava a raffiche gelide, rendeva indispensabile la sciarpa e i guanti. Nello zaino di lui una macchina fotografica, avuta per regalo qualche giorno prima, trovata sotto l’albero senza preavviso. Era contentissimo di aver ricevuto quel regalo. Era quello che aveva sognato per anni. Adesso, cappotto lungo, sciarpa e guanti, anch’essi trovati sotto l’albero, si dirigeva velocemente verso la roccia più sporgente, la più alta, la più pericolosa, per scattare la sua prima foto alla città che tanto amava, che tanto aveva amato in quel veloce e bellissimo inverno.
L’atmosfera post-natalizia porta sempre un po’ di malinconia. Sapere che le strade addobbate verranno presto scolorite, sapere che i negozi, fino a qualche giorno prima pieni di gente, saranno tristemente vuoti, pensare al corso illuminato ai freddi tramonti di fine dicembre, vuoto, senza folle camminanti e disordinate, tutte chiuse in casa a mangiare dolci, a mangiare e mangiare e festeggiare, giocare a carte e evitare di pensare all’anno che sta finendo. Malinconia contrastata dalla gioia del dono ricevuto, contrasto da immortalare con quel primo scatto.
Quando Clara fu sulla roccia scelta da Michele, lo trovò sdraiato a pancia sotto, armeggiando con i comandi della fotocamera, inquadrando prima una zona della città, poi un’altra, poi le montagne innevate della costiera, poi una nave in mezzo al mare, una nave che si allontanava.
Clara lo osservò un momento, per poi sdraiarsi sulla sua schiena, poggiandovi la pancia e ridendo.
Michele avvertì una fitta ad una costola schiacciata contro la parete rigida della roccia, ma trattenne un attimo il fiato senza lamentarsi, confuso dal piacere che gli provocava il peso non proibitivo di Clara sulla schiena. Poi lei si alzò e lui si mise seduto. Lei affianco a lui. Si baciarono.
Il sole stava scendendo alle spalle delle montagne innevate, il freddo si faceva sempre più intenso.
Si conoscevano da agosto. Non avevano avuto il tempo di vivere insieme l’estate, ma stavano accompagnandosi nell’inverno. Chi fosse lei, a Michele non era ben chiaro. Chi fosse per lui, cosa rappresentasse. Ancora temeva. Ancora non conosceva il proprio ruolo nella sua vita, ancora non sapeva cosa fosse per lei questo Michele, a volte infantile, a volte stupido, a volte chiacchierone, a volte impulsivo, affettuoso, dolce o rude. Capace di eccitarsi per una macchina fotografica, capace di passare a prenderla senza preavviso per portarla li, su quel molo a fare una fotografia.
E Clara? Lei sapeva perfettamente chi era Michele? Pacato a volte, altre volte irruento. No, non lo sapeva bene, ma credeva di iniziare a capirci qualcosa. Era contenta, felice, anche se spesso non lo dava a vedere, anche se era silenziosa e poco incline ai suoi scherzi. Non ostante tutto ciò adorava quegli scherzi. E nelle rare occasioni in cui anche lei lasciava che la sua allegria si manifestasse, Michele la lasciava fare, divertito, un po’ intontito, felice.
Ed era certa di quanto lui le volesse bene, di quanto fosse innamorato di lei. Per natale aveva speso quasi tutto il suo stipendio per comprarle quel cappotto che adesso portava, quello che tante volte aveva guardato nella vetrina sul corso, a braccetto con lui, senza mai nemmeno sognare di poterlo indossare. Lei non lavorava, lei non poteva permettersi regali costosi. Aveva cercato di renderlo felice regalandogli un libro, un libro che per quanto le era piaciuto, ormai parlava di lei. Le aveva regalato una chiave; il libro era la chiave per comprendere Clara.
Ed è incredibile come certe volte un semplice regalo possa cambiare il destino di una persona, di due persone, di una coppia.
Il laccio del lungo cappotto nero che Michele aveva pochi giorni prima regalato a Clara, per una incredibile coincidenza, mentre lei si alzava da quella roccia, si andò ad incastrare nell’angolo dove le due enormi pietre si incrociavano, tirandola verso il basso e facendole inevitabilmente perdere l’equilibrio. Cadde in acqua, nelle gelide e turbolente acque al di là del porto.
A Michele sembrò di vedere tutta la scena al rallentatore: lei che con ampi gesti delle braccia cercava di tenersi in equilibrio; lei sospesa sulle onde; lei in acqua con una ferita dovuta al violento impatto tra il braccio e la roccia; lei che non riusciva a stare a galla, implorando il suo aiuto.
Michele non capiva mai quando stava per succedergli; altre tre volte aveva subito quella trasformazione. La prima volta quando con la sua prima ragazza era stato aggredito dai teppisti. Ricordava ancora la faccia della ragazza quando i malintenzionati fuggirono. Ricordava ancora di aver avuto paura di se stesso.
Ma si era abituato a quelle metamorfosi.
Sentì il solito forte dolore al petto, prima di tutto, che lo fece piegare in due. Poi iniziarono a dolergli le braccia, che allungandosi e diventando rosse, arrivarono a toccare il suolo. Fu la volta delle gambe, che si unirono in un unico arto inferiore pinnato e rosso. Poi la testa che prese ad allungarsi e a crescere, crescere, così come la dentatura, divenuta spropositatamente grande, tanto che i denti, ormai aguzzi e gialli non fossero più contenuti dalle labbra.
Quando il cambiamento fu completato si tuffò in acqua, sentendo il suo corpo caldo, bollente. Afferrò con le lunghissime braccia Clara ed iniziò velocemente a nuotare verso riva, tenendole la testa fuori dall’acqua, trascinandola rapidamente fino alla spiaggia lontana.
Strisciò sulla sabbia fino a portarla all’asciutto, avvicinando il suo corpo caldissimo a quello di lei, infreddolito, congelato dalle raffiche di vento.
Quando la paura mi sarà passata, allora tornerò normale pensò. Era sempre andata così, ogni volta che si era mutato in qualcosa di diverso, in qualcosa di terribilmente adatto a risolvere la situazione.
Quando lui smise di guardare pensieroso il mare, si rese conto di come lei lo stesse osservando disgustata, di come arretrasse terrorizzata e tremante. Le parlò:
«Sono io, devo recuperare la macchina fotografica, l’ho lasciata sugli scogli!» disse.
Lei sembrava pietrificata. Non parlò. «Aspettami qua, torno subito».
Lui si rituffò in acqua e senza mai voltarsi, nuotò fino agli scogli a recuperare la macchina fotografica. Solo a quel punto riuscì a tornare se stesso, e sorprendentemente asciutto.
La trasformazione colpiva anche i suoi indumenti, che non si laceravano, non si rompevano, ma cambiavano con la sua pelle, riportandolo poi alla normalità in un attimo.
Recuperò la macchina fotografica e tornò passeggiando verso la spiaggia, facendo foto. Era una bella giornata per fare foto, il vento era anche calato.
Arrivato nel luogo dove aveva lasciato Clara non si meravigliò di non trovarla. Era la quarta volta che succedeva una cosa del genere, e mai prima aveva rivisto una delle ragazze che lo accompagnavano. Non ne fu triste. Camminò un po’ sulla spiaggia e qualche metro più avanti si imbatté nel cappotto nero, quello che gli era costato tanti soldi. Era inzuppato d’acqua e puzzava terribilmente di pesce. Lo prese. Gli era costato caro.
Si fermò un attimo a osservare il mare, poi fece una foto al tramonto. Il sole finalmente aveva abdicato.
wow!
o è una metafora di vita sentimentale mal riuscita oppure hai tentato di scrivere un racconto per un fumetto.
le doti narrative ci sn, è la qualità della storia narrata che mi delude